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la prossima generazionedel web-GIS Pubblicare i dati geografici sul web e permettere un'interazione differenziata a seconda dell'utilizzatore non è mai stato così facile. Le nostre applicazioni permettono nello stesso tempo l'elaborazione dei dati da illimitate postazioni e la pubblicazione delle informazioni (anche parziali) direttamente sul sito internet istituzionale. Read the Full Story
Siti web personalizzatirealizzati con CMS Il CMS è un sistema che permette l'aggiornamento di ogni parte del sito in totale autonomia da parte del cliente finale. Si può per esempio creare una sezione dedicata alle news e aggiornare solo gli articoli relativi a quella sezione. Oppure decidere di cambiare la veste grafica al sito ogni mese o modificare la posizione dei moduli ad ogni schermata. I siti basati su questa tecnologia sono i più moderni e utilizzano le più nuove tecnologie di sviluppo a disposizione. Read the Full Story
Il miglior sistema di gestione dei clienti:Il CRM Il CRM (Customer Relationship Management)  rappresenta una categoria di applicativi mirati a gestire le relazioni con i clienti. Implementiamo un sistema web-based che aggiunge anche il vantaggio di consultazione tramite internet. In questa maniera è possibile consultare lo stato del parco clienti e recuperarne le informazioni anche in movimento tramite smartphone. Read the Full Story
Le esigenze personalizzateNei gestionali web-based Per gestire le procedure interne, è necessario disporre di un software gestionale aziendale. Quando le procedure sono molto personalizzate sull'azienda, è conveniente sviluppare l'applicazione gestionale internamente. Se l'applicazione è web non sarà necessaria alcuna installazione sui client e sarà possibile accedervi anche tramite internet Read the Full Story

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La nostra offerta per le varie applicazioni copre anche l'aspetto grafico. Realizziamo studi tramite i migliori programmi di grafica vettoriale e li proponiamo ai nostri clienti per una loro approvazione. Non solo siti ma anche loghi e look delle applicazioni GIS e gestionali.

Sempre più spesso si sente parlare di Open Data. Sempre più Pubbliche Amministrazioni hanno cominciato ad essere sensibili al tema della trasparenza e della pubblicazione dei dati. Le leggi sulla trasparenza nelle PA, che hanno attraversato trasversalmente vari governi, ma anche nuovi movimenti politici che in questi anni ne hanno fatto una bandiera, hanno portato in primo piano i vantaggi della trasparenza nella gestione della cosa pubblica.

Ma come stanno realmente le cose? Quali sono gli Enti che pubblicano i propri dati? Siti come www.dati.gov.it aiutano a dare le prime risposte. Ma anche il rapporto sugli open data geografici  (che sono i più richiesti) che pubblica l'Associazione OpenGeoData Italia (http://www.opengeodata.it/) può servire per capire chi pubblica a quali dati vengono "restituiti" ai cittadini.

Ora che i dati cominiciano ad esserci, il problema si sposta sul loro utilizzo consapevole. Il prossimo importante passo per arrivare a rendere efficienti gli opendata è capire quali dati possono davvero servire e come possono essere regolamentati per "certificarne" la validità. E' un lavoro che devono fare insieme utilizzatori e Pubbliche Amministrazioni e non sarà semplice.

Ma è quella la strada per rendere davvero virtuoso il percorso degli Open Data.

E questo è il punto che ho cercato di evidenziare al mio intervento a Smart Citiy Exhibition che si è tenuto lo scorso 23 ottobre a Bologna (http://www.smartcityexhibition.it/it/dati-geografici-aperti-le-esigenze-facilitarne-il-riuso):

amazon_lavoro--330x185Diversi articoli, in questi giorni, focalizzano l'attenzione sulle condizioni di lavoro che offrono i "giganti" del web. Non mancano le sorprese, anche se per gli addetti ai lavori, non ci sono notizie nuove, purtroppo.

Una giornalista dell'Observer, Carole Cadwalladr, ha riportato in un articolo la sua esperienza da infiltrata in uno degli stabilimenti Amazon in UK. Lavorare in un magazzino Amazon, significa affrontare turni di lavoro di 10.5 ore alla settimana, con pochissime pause e tempi controllati da un "grande fratello" elettronico che permette la coordinazione di un sistema globale di distribuzione che raggiunge livelli eccellenti di efficienza. Dall'interno di uno stabilimento grande come 11 campi da calcio (e non è nemmeno il più grande), la giornalista ha riportato le testimonianze di chi dentro quel mondo ci lavora. Le amministrazioni locali spingono per avere bacini di lavoro così grandi nel proprio territorio. Ma è la solita miopia di chi ci governa, o forse la poca lungimiranza di molti cittadini "normali" che sono contenti di vivere vicino ad una sorgente così ricca di posti di lavoro, ma non guardano alle condizioni con cui questo lavoro si deve affrontare.

Andiamo con ordine.

Ai turni settimanali, ai limiti superiori ammessi dalla UE, corrispondono i salari ai minimi inferiori del Paese in cui si trova il magazzino. In UK va già bene. Il lavoro è pagato 6.5 sterline all'ora (che in Italia, corrisponde a 7.7 euro l'ora). Ma siamo in Gran Bretagna, dove gli stipendi medi (e quindi il costo della vita) superano la media europea. Gli impiegati del magazzino sono tanti, ognuno caratterizzato con una divisa, tanto che non mancano nemmeno fenomeni di "bullismo" interno. Chi ha un badge blu (il più alto in grado) lo fa valere. Ha una paga più alta e turni più accettabili e ha un minimo potere nei confronti dei precari mandati dalle agenzie interinali che "sperano" un giorno di essere regolarizzati, come sembra promettere, in un'atmosfera da "Furore" di John Stainbeck, l' azienda Amazon, oramai nella forma di entità evanescente. Senza contare il licenziamento per malattia. Chi sta "troppo" male non può lavorare per Amazon e viene scartato. Una selezione naturale darwiniana che calpesta in un colpo solo anni di conquiste sul lavoro, nell'assoluta indifferenza dei governi nazionali, schiacciati anche loro dal potere delle multinazioni come Amazon.

Eppure a ben guardare la questione dei posti di lavoro le cose non sono proprio così vantaggiose come sembrerebbe. Amazon fa concorrenza ai negozi tradizionali. Chi non ha mai pensato ai vantaggi di poter acquistare "con un click" un oggetto comodamente seduto in poltrona e aspettare solo poche ore prima di averlo a fianco? Nessuna preoccupazione di traffico o parcheggio per arrivare in negozio e magari rischiare di non trovare l'oggetto desiderato. L'acquisto compulsivo non ammette defezioni. Amazon ci dice se il tostapane c'è ed è proprio quello che desideriamo. In negozio, se l'oggetto manca, bisogna accontentarsi di un suo surrogato, per evitare di nuovo la perdita di tempo di dover tornare dopo averlo "ordinato". Ma nel tempo della globalizzazione 2.0 il tempo è prezioso e non ci si può permettere di perderlo.

Così i negozi sono i primi a patire la concorrenza di Amazon. Un calcolo della ILSR, rileva che il lavoro generato dai negozi "tradizionali" è quantificabile (usando gli Stati Uniti come campione) in 47 posti di lavoro ogni 10 milioni di dollari di fatturato. Amazon, per lo stesso valore di vendite, occupa 14 persone. Nel solo Regno Unito, in base al fatturato di Amazon del 2012  pari a 4.2 miliardi di sterline (5.2 miliardi di euro), sono stati registrati nel Paese 23000 posti di lavoro in meno. E' un ragionamento discutibile. Il progresso da sempre ha cambiato la struttura stessa del lavoro, ma questi dati meritano lo stesso una riflessione.
Proprio in questi giorni altre notizie di proteste da parte dei web-lavoratori ci vengono da San Francisco, sede di molti dei colossi del web, e "capitale" della sylicon valley. Evidentemente anche fosse vera l'ipotesi della crescita dei posti di lavoro data dalla nascita dei nuovi colossi, si potrebbe comunque discutere sulla qualità del lavoro offerto.

Infine un'ultima riflessione che riguarda il nostro Paese.
Da qualche giorno si discute della web tax: una tassa nata con l'obiettivo di far pagare le tasse a chi, con ragioni sociali straniere, vende prodotti in Italia tramite internet. Poi è stata trasformata e snaturata facendola diventare una tassa per i soli inserzionisti (e quindi per Google) escludendo il commercio online (e quindi Amazon).
Così come è diventata è una tassa inutile, che non serve a salvare nessuno: nè i piccoli negozi, nè l'economia del lavoro. Speriamo, senza crederci, in un ripensamento del nostro governo.

Qualche settimana fa Jeff Bezos, CEO di Amazon, nell'annunciare il futuro avveneristico servizio di consegna con droni da parte della sua Azienda, ha detto che Amazon, se non si aggiorna, è destinata a chiudere come è già successo ad altre multinazionali del passato.

...speriamo bene!

 

 

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