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Le ultime notizie dal mondo IT

Sempre più spesso si sente parlare di Open Data. Sempre più Pubbliche Amministrazioni hanno cominciato ad essere sensibili al tema della trasparenza e della pubblicazione dei dati. Le leggi sulla trasparenza nelle PA, che hanno attraversato trasversalmente vari governi, ma anche nuovi movimenti politici che in questi anni ne hanno fatto una bandiera, hanno portato in primo piano i vantaggi della trasparenza nella gestione della cosa pubblica.

Ma come stanno realmente le cose? Quali sono gli Enti che pubblicano i propri dati? Siti come www.dati.gov.it aiutano a dare le prime risposte. Ma anche il rapporto sugli open data geografici  (che sono i più richiesti) che pubblica l'Associazione OpenGeoData Italia (http://www.opengeodata.it/) può servire per capire chi pubblica a quali dati vengono "restituiti" ai cittadini.

Ora che i dati cominiciano ad esserci, il problema si sposta sul loro utilizzo consapevole. Il prossimo importante passo per arrivare a rendere efficienti gli opendata è capire quali dati possono davvero servire e come possono essere regolamentati per "certificarne" la validità. E' un lavoro che devono fare insieme utilizzatori e Pubbliche Amministrazioni e non sarà semplice.

Ma è quella la strada per rendere davvero virtuoso il percorso degli Open Data.

E questo è il punto che ho cercato di evidenziare al mio intervento a Smart Citiy Exhibition che si è tenuto lo scorso 23 ottobre a Bologna (http://www.smartcityexhibition.it/it/dati-geografici-aperti-le-esigenze-facilitarne-il-riuso):

amazon_lavoro--330x185Diversi articoli, in questi giorni, focalizzano l'attenzione sulle condizioni di lavoro che offrono i "giganti" del web. Non mancano le sorprese, anche se per gli addetti ai lavori, non ci sono notizie nuove, purtroppo.

Una giornalista dell'Observer, Carole Cadwalladr, ha riportato in un articolo la sua esperienza da infiltrata in uno degli stabilimenti Amazon in UK. Lavorare in un magazzino Amazon, significa affrontare turni di lavoro di 10.5 ore alla settimana, con pochissime pause e tempi controllati da un "grande fratello" elettronico che permette la coordinazione di un sistema globale di distribuzione che raggiunge livelli eccellenti di efficienza. Dall'interno di uno stabilimento grande come 11 campi da calcio (e non è nemmeno il più grande), la giornalista ha riportato le testimonianze di chi dentro quel mondo ci lavora. Le amministrazioni locali spingono per avere bacini di lavoro così grandi nel proprio territorio. Ma è la solita miopia di chi ci governa, o forse la poca lungimiranza di molti cittadini "normali" che sono contenti di vivere vicino ad una sorgente così ricca di posti di lavoro, ma non guardano alle condizioni con cui questo lavoro si deve affrontare.

Andiamo con ordine.

Ai turni settimanali, ai limiti superiori ammessi dalla UE, corrispondono i salari ai minimi inferiori del Paese in cui si trova il magazzino. In UK va già bene. Il lavoro è pagato 6.5 sterline all'ora (che in Italia, corrisponde a 7.7 euro l'ora). Ma siamo in Gran Bretagna, dove gli stipendi medi (e quindi il costo della vita) superano la media europea. Gli impiegati del magazzino sono tanti, ognuno caratterizzato con una divisa, tanto che non mancano nemmeno fenomeni di "bullismo" interno. Chi ha un badge blu (il più alto in grado) lo fa valere. Ha una paga più alta e turni più accettabili e ha un minimo potere nei confronti dei precari mandati dalle agenzie interinali che "sperano" un giorno di essere regolarizzati, come sembra promettere, in un'atmosfera da "Furore" di John Stainbeck, l' azienda Amazon, oramai nella forma di entità evanescente. Senza contare il licenziamento per malattia. Chi sta "troppo" male non può lavorare per Amazon e viene scartato. Una selezione naturale darwiniana che calpesta in un colpo solo anni di conquiste sul lavoro, nell'assoluta indifferenza dei governi nazionali, schiacciati anche loro dal potere delle multinazioni come Amazon.

Eppure a ben guardare la questione dei posti di lavoro le cose non sono proprio così vantaggiose come sembrerebbe. Amazon fa concorrenza ai negozi tradizionali. Chi non ha mai pensato ai vantaggi di poter acquistare "con un click" un oggetto comodamente seduto in poltrona e aspettare solo poche ore prima di averlo a fianco? Nessuna preoccupazione di traffico o parcheggio per arrivare in negozio e magari rischiare di non trovare l'oggetto desiderato. L'acquisto compulsivo non ammette defezioni. Amazon ci dice se il tostapane c'è ed è proprio quello che desideriamo. In negozio, se l'oggetto manca, bisogna accontentarsi di un suo surrogato, per evitare di nuovo la perdita di tempo di dover tornare dopo averlo "ordinato". Ma nel tempo della globalizzazione 2.0 il tempo è prezioso e non ci si può permettere di perderlo.

Così i negozi sono i primi a patire la concorrenza di Amazon. Un calcolo della ILSR, rileva che il lavoro generato dai negozi "tradizionali" è quantificabile (usando gli Stati Uniti come campione) in 47 posti di lavoro ogni 10 milioni di dollari di fatturato. Amazon, per lo stesso valore di vendite, occupa 14 persone. Nel solo Regno Unito, in base al fatturato di Amazon del 2012  pari a 4.2 miliardi di sterline (5.2 miliardi di euro), sono stati registrati nel Paese 23000 posti di lavoro in meno. E' un ragionamento discutibile. Il progresso da sempre ha cambiato la struttura stessa del lavoro, ma questi dati meritano lo stesso una riflessione.
Proprio in questi giorni altre notizie di proteste da parte dei web-lavoratori ci vengono da San Francisco, sede di molti dei colossi del web, e "capitale" della sylicon valley. Evidentemente anche fosse vera l'ipotesi della crescita dei posti di lavoro data dalla nascita dei nuovi colossi, si potrebbe comunque discutere sulla qualità del lavoro offerto.

Infine un'ultima riflessione che riguarda il nostro Paese.
Da qualche giorno si discute della web tax: una tassa nata con l'obiettivo di far pagare le tasse a chi, con ragioni sociali straniere, vende prodotti in Italia tramite internet. Poi è stata trasformata e snaturata facendola diventare una tassa per i soli inserzionisti (e quindi per Google) escludendo il commercio online (e quindi Amazon).
Così come è diventata è una tassa inutile, che non serve a salvare nessuno: nè i piccoli negozi, nè l'economia del lavoro. Speriamo, senza crederci, in un ripensamento del nostro governo.

Qualche settimana fa Jeff Bezos, CEO di Amazon, nell'annunciare il futuro avveneristico servizio di consegna con droni da parte della sua Azienda, ha detto che Amazon, se non si aggiorna, è destinata a chiudere come è già successo ad altre multinazionali del passato.

...speriamo bene!

 

 

diventare-fan-di-cose-stupideNon ho facebook. Un modo abbreviato per dire che non ho mai avuto un mio profilo nel più grande e diffuso social network del pianeta. Non mi ha mai interessato, nemmeno nelle sue prime ore, quando alcuni amici dagli States mi mandavano, probabilmente a loro insaputa, gli inviti a partecipare a questa comunità, che a me ricordava l'album delle fotografie che si distruiva nell'ultimo anno del liceo (e che non ho comprato nemmeno allora!).

Mi ha sempre incuriosito il fenomeno "facebook". La collettivizzazione delle idee e la spinta da parte della maggioranza di voler comunicare a tutti il proprio stato d'animo, o i particolari insignificanti delle proprie esistenze senza differenzazione dei rapporti: si poteva comunicare la nascita di un nuovo sentimento a tutti: dai tuoi figli all'amico dell'amico che nemmeno conoscevi. Mi sono sempre domandato che cosa poteva spingere la persona a scrivere certe cose. In fondo, con la diffusione della normativa sulla privacy, tutti sembravano in preda alla fobia collettiva di non comunicare niente di sè a nessuno. Guai a diffondere il proprio numero di telefono sull'elenco telefonico; guai a ricevere un volantino a casa senza autorizzazione, o a ricevere una email dopo aver visitato un sito internet magari lasciando i propri dati..

Eppure su Facebook tutto è sempre stato possibile, in nome della "democrazia di internet". Ma è proprio così? E' vero che facebook è democratico? Non si direbbe a giudicare dall'articolo di Marshable rilanciato da Internazionale sulla nascita dell'oligarchia di Facebook a seguito dell'abolizione del giudizio degli utenti sui cambiamenti delle regole, soprattutto quelle relative alla privacy (http://www.internazionale.it/news/tecnologia/2012/11/22/la-fine-della-democrazia-su-facebook/).

Sarà anche per questo che Facebook comincia a conoscere i primi rallentamenti anche in Italia, dopo l'emorraggia di utenti registrata in paesi più informaticamente evoluti come Stati Uniti e Inghilterra. Ma per rilanciare il numero di utenti, il social per eccellenza apre ai minorenni, eliminando molte delle limitazioni relative ai loro account (http://it.finance.yahoo.com/notizie/facebook-cambia-policy-scende-a-13-anni-il-limite-per-i-post-pubblici-165656331.html).

***

Nonostante tutto questo, milioni di utenti continuano a usare Facebook.

Per quanto mi riguarda, questa è una conferma della diffusione della stupidità: FB crea dipendenza ma pochi la ammettono e cercano di sconfiggerla. Anzi, nella maggior parte dei casi, si giustifica l'uso del social network con motivazioni davvero "sociali" quanto "inutili", come la scusa di rimanere in contatto con amici delle elementari, senza considerare i motivi che hanno portato al distacco. I motivi reali sono nella necessità di essere visti per sentirsi "vivi". Non sono tanto i post a dare dipendenza, quanto i "mi piace" o i commenti che ricevono.

In quel mondo non democratico, gli utenti diventano lo specchio di una società che sta diventando sempre più "stupida".

Un bell'articolo in proposito è stato pubblicato qualche mese fa dall'espresso: http://espresso.repubblica.it/visioni/tecnologia/2012/07/11/news/facebook-rende-stupidi-1.44891

Per tutte le ragioni elencate dall'articolo, e perchè preferisco rimanere libero in un mondo libero, per tutti questi motivi io non mi sono mai iscritto a facebook. Adesso mi è chiaro.

..Non sono mica stupido!



Visualizza Mappa Sonora di Fano in una mappa di dimensioni maggiori

Mappa costruita dalla classe II A dell'Istituto Tecnico Industriale "Don Orione" di Fano (AS 2012-2013)

ogdLa conferenza dell'associazione OpenGeoData Italia che si è svolta a Roma il 28 febbraio scorso era intitolata "Istruzioni per l'uso" e non poteva essere diversamente visto che si trattava della prima edizione di un evento che è destinato a ripetersi ogni anno.
La manifestazione ha suscitato notevole interesse: 500 persone presenti nella sala del Centro Congressi Frentani di Roma e un altro centinaio collegato in streaming web tenendo anche presente la specificità dell'argomento e le numerose iniziative che trattano gli stessi temi di cui abbiamo parlato anche noi in questo blog.

Che si trattasse di qualcosa di interessante lo si poteva capire già dal ricco programma e dagli ospiti previsti, che non hanno deluso le attese.

Gli spunti di riflessione sono stati tanti e ben organizzati, partendo dagli interventi relativi all'opendata "virtuoso" raccontato dai rappresentanti delle pubbliche amministrazioni (dall'Agenzia per l'Italia Digitale, Forum PA alla Regione Liguria) e Martin Koppenhoefer per OpenStreetMap. Si è proceduto con una presentazione dei servizi di download e sul diritto di riutilizzo degli opendata messi a disposizione. A mio parere molto interessanti sono stati gli interventi di Ernesto Bellisario, dell'associazine Agorà Digitale e di Andrea Borruso, della redazione del blog TANTO (un punto di riferimento per chi si ocupa di GIS). A seguire si è parlato del riuso degli open data (in cui mi è piaciuto l'intervento di Maurizio Napolitano, portavoce Open Knowledge Foundation) e una testimonianza dall'estero, con l'intervento di Romain Buchaut di Crige Paca, il centro regionale dell'informazione geografica delle regioni della Provenza, Alpi e Costa Azzurra.

Il pomeriggio è stato dedicato alle Aziende, con gli interventi di rappresentanti dei maggiori prodotti utilizzati nel settore che hanno raccontato alla platea le potenzialità delle loro applicazioni. Questa, forse anche complice la stanchezza, è stata la parte meno interessante, perchè ho avuto l'impressione che gli interventi si riptessero e fossero fuori del tema dell'OpenData e della loro applicazione.

La cronaca dettagliata degli interventi è raccontata nel sito dell'associazione da cui è possibile scaricare tutte le presentazioni della conferenza.

In queste pagine mi limiterò a commentare, nel tempo, gli interventi che mi hanno interessato maggiormente. Il primo è stato senza dubbio quello di Martin Koppenhoefer, rappresentante in Italia di OpenStreeMap, il progetto di Mappa "social", costruito dalla comunità. Senza scendere nei dettagli tecnici degli argomenti affrontati per i quali è sufficiente darsi un giro proprio sul sito del progetto (http://www.openstreetmap.org/) vorrei condividere con voi il modo con cui sono stati trasmessi a "tecnici" (la platea era molto competente sugli argomenti trattati) le indicazioni su come utilizzare gli strumenti messi a disposizione dal progetto.

Infine un'ultima considerazione: La prima conferenza di Opengeodata non passerà inosservata. E' stata diversa dalle tante che si vedono in giro per l'Italia, che si assomigliano un po' tutte, ma che spesso si riducono ad una sfida con la pubblica amministrazione per avere i dati. Come dire: o me li dai, o me li prendo. Citando Chrome.. "roba da smantettoni". Ma il modo peggiore per ottenere qualcosa. La conferenza ha avuto un altro approccio: ha mostrato le PA vituose, gli esempi, la facilità e il basso costo necessario per rendere "open" i dati, ottemperando alla normativa vigente!

Sono convinto della validità di questo approccio.. per ottenere non c'è bisogno di rubare, basta chiedere!

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