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Visualizza Mappa Sonora di Fano in una mappa di dimensioni maggiori

Mappa costruita dalla classe II A dell'Istituto Tecnico Industriale "Don Orione" di Fano (AS 2012-2013)

ogdLa conferenza dell'associazione OpenGeoData Italia che si è svolta a Roma il 28 febbraio scorso era intitolata "Istruzioni per l'uso" e non poteva essere diversamente visto che si trattava della prima edizione di un evento che è destinato a ripetersi ogni anno.
La manifestazione ha suscitato notevole interesse: 500 persone presenti nella sala del Centro Congressi Frentani di Roma e un altro centinaio collegato in streaming web tenendo anche presente la specificità dell'argomento e le numerose iniziative che trattano gli stessi temi di cui abbiamo parlato anche noi in questo blog.

Che si trattasse di qualcosa di interessante lo si poteva capire già dal ricco programma e dagli ospiti previsti, che non hanno deluso le attese.

Gli spunti di riflessione sono stati tanti e ben organizzati, partendo dagli interventi relativi all'opendata "virtuoso" raccontato dai rappresentanti delle pubbliche amministrazioni (dall'Agenzia per l'Italia Digitale, Forum PA alla Regione Liguria) e Martin Koppenhoefer per OpenStreetMap. Si è proceduto con una presentazione dei servizi di download e sul diritto di riutilizzo degli opendata messi a disposizione. A mio parere molto interessanti sono stati gli interventi di Ernesto Bellisario, dell'associazine Agorà Digitale e di Andrea Borruso, della redazione del blog TANTO (un punto di riferimento per chi si ocupa di GIS). A seguire si è parlato del riuso degli open data (in cui mi è piaciuto l'intervento di Maurizio Napolitano, portavoce Open Knowledge Foundation) e una testimonianza dall'estero, con l'intervento di Romain Buchaut di Crige Paca, il centro regionale dell'informazione geografica delle regioni della Provenza, Alpi e Costa Azzurra.

Il pomeriggio è stato dedicato alle Aziende, con gli interventi di rappresentanti dei maggiori prodotti utilizzati nel settore che hanno raccontato alla platea le potenzialità delle loro applicazioni. Questa, forse anche complice la stanchezza, è stata la parte meno interessante, perchè ho avuto l'impressione che gli interventi si riptessero e fossero fuori del tema dell'OpenData e della loro applicazione.

La cronaca dettagliata degli interventi è raccontata nel sito dell'associazione da cui è possibile scaricare tutte le presentazioni della conferenza.

In queste pagine mi limiterò a commentare, nel tempo, gli interventi che mi hanno interessato maggiormente. Il primo è stato senza dubbio quello di Martin Koppenhoefer, rappresentante in Italia di OpenStreeMap, il progetto di Mappa "social", costruito dalla comunità. Senza scendere nei dettagli tecnici degli argomenti affrontati per i quali è sufficiente darsi un giro proprio sul sito del progetto (http://www.openstreetmap.org/) vorrei condividere con voi il modo con cui sono stati trasmessi a "tecnici" (la platea era molto competente sugli argomenti trattati) le indicazioni su come utilizzare gli strumenti messi a disposizione dal progetto.

Infine un'ultima considerazione: La prima conferenza di Opengeodata non passerà inosservata. E' stata diversa dalle tante che si vedono in giro per l'Italia, che si assomigliano un po' tutte, ma che spesso si riducono ad una sfida con la pubblica amministrazione per avere i dati. Come dire: o me li dai, o me li prendo. Citando Chrome.. "roba da smantettoni". Ma il modo peggiore per ottenere qualcosa. La conferenza ha avuto un altro approccio: ha mostrato le PA vituose, gli esempi, la facilità e il basso costo necessario per rendere "open" i dati, ottemperando alla normativa vigente!

Sono convinto della validità di questo approccio.. per ottenere non c'è bisogno di rubare, basta chiedere!

2013-01-19-11.32.51Bologna, 19 gennaio 2013. Ho deciso di partecipare all'evento organizzato dall'associazione Spaghetti Opendata, un gruppo di persone accumunate dall'intenzione di rendere liberi i dati a disposizione delle Pubbliche Amministrazioni. L'obiettivo è nobile: i dati sono "di tutti" proprio perchè appartenenti ad enti ed istituzioni e ognuno ha il diritto di accedervi e utilizzarli a piacimento nel rispetto dei dati personali, naturalmente.

Ho scelto la giornata del sabato perchè il programma mi sembrava interessante. Dal sito dell'associazione si legge: "facciamo un hackathon, e proviamo a scrivere una nuova app o a migliorarne una esistente". Sono interessato anche alla scrittura di App e decido di andare, un po' dubbioso, e quindi anche "curioso", su come si potesse "scrivere" un'applicazione in una "conferenza".

La location scelta per l'incontro è l'Urban Center di Bologna, nell'ex Sala Borsa, nella centralissima Piazza Nettuno. Un esempio di recupero di spazi "pubblici" destinati al riuso socio-culturale. Una "piazza" messa a disposizione dall'Amministrazione proprio per favorire la diffusione e la fruizione di materiale culturale. Il mio entusiasmo comincia a scricchiolare già dopo la reception. Nessuna traccia del "raduno"; nessun cartello nè informazioni...

Decido di seguire alcuni ragazzi con i laptop in spalla, anche loro un po' disorientati, ma che mi portano fino al secondo (e ultimo) piano, in un box di vetro, molto "urban-chic". Sedie sistemate di fronte ad uno schermo per proiettori e a seguire dei "tavoli" su cui erano appoggiati computer e ciabatte (elettriche) in ordine sparso, lo stesso che regolava lo spostamento delle persone. Non era semplice identificare gli organizzatori e nessuno dava informazioni su dove sedersi o come organizzarsi. L'ambiente era "social" ma solo dal punto di vista informatico: la maggior parte usava il proprio laptop per tweettare..magari al vicino; nessuno ha pensato che in un raduno una parola "detta" ha una forza maggiore.. e viene raggiunta immediatamente da tutti quelli che stanno accanto.. proprio come un tweet, ma senza bisogno di altri supporti, essendo gli accessori già installati nei corpi umani (ad eccezione di alcuni a cui evidentemente hanno disinstallato il cervello).

Ho pensato che si potevano utilizzare dei simpatici bollini multicolore con gli slogan dell'evento, presenti in quantità sui vari tavoli. Oppure le etichette dove si poteva scrivere il proprio nome e poi appicciacarsela addosso.

All'improvviso un organizzatore (o comunque uno dello staff) prende la parola e dà qualche indicazione della giornata. Si tratta di dividersi in tre gruppi. Tre, come nel sito dell'associazione (ma se non eri collegato ad internet non te li ricordavi), solo che non con la stessa corrispondenza. C'era il gruppo più "politico" che discuteva dell'attuale situazione dell'apertura dei dati nei vari Paese europei (col senno di poi, il gruppo più interessante);  un gruppo che avrebbe sviluppato un'applicazione per tweettare ai nostri politici (echissene..!); infine il gruppo per il quale ero arrivato fin lì: quello che avrebbe dovuto realizzare la app con alcuni dati presi dal sito del Ministero degli Interni. Si è deciso di suddividere ulteriormente anche questo gruppo in due: tra chi era interessato a scrivere un'applicazione per "scrappare" i dati dal sito del Ministero e chi era interessato al loro utilizzo. Lo "scraping" è una tecnica utilizzata per estrarre i dati dal web. Il sottogruppo spiegava come prendere quelli elettorali dal dopoguerra ad oggi, e venivano illustrate le tecniche per la realizzazione di uno scraper.

Durante la lunga spiegazione su come erano organizzati i dati delle elezioni nel tempo, ho avuto modo di confrontarmi con alcuni dei miei compagni di banco, quelli che, come me, avevano scelto quel gruppo perchè interessati alle app. Tutto mi è sembrato chiaro quando una ragazza, forse una geek-girl, che mi parlava con l'auricolare nelle orecchie, mi ha chiesto che ambiente di sviluppo utilizzassi per programmare le app. Le ho risposto che ero lì proprio per imparare le tecniche di programmazione. Solo che lì nessuno faceva app.. e anche se ci fosse stato qualcuno presente che sapeva come realizzarle, non lo avrebbe insegnato a nessuno. Quel gruppo doveva soltanto prendere i dati e rappresentarli, in qualsiasi modo.. anche su carta, se qualcuno lo riteneva opportuno! Ho deciso che non ero nel posto giusto quando ho sentito l'idea di organizzare i dati su un foglio di Excel!

Sono andato via amareggiato. Di sicuro ho frainteso quanto veniva scritto nel programma dell'associazione. Era troppo generico e avrei dovuto pensare da subito che quel "proviamo a scrivere una app" poteva essere interpretato in diversi modi.

Ma riflettendo sull'organizzazione del "raduno" e pensando alle sue finalità rimango comunque perplesso. Non c'è nessuna organizzazione interna, nessuna comunicazione se non quella demandata ai tweet. Cercare di convincere la Pubblica Amministrazione a rendere disponibili i dati altrimenti li rubano mi sembra un modo infantile di chiedere qualcosa e controproducente per ottenere quanto si richiede. Scrivere uno scraper è al limite della legalità e potrebbe, se usato in maniera impropria, portare agli eccessi le finalità per cui è stato presentato. Che cosa succederebbe se qualcuno decidesse di prendere i dati relativi alle ricette mediche associati ai codici fiscali in possesso del MInistero della Salute? La tutela della privacy richiede comunque delle restrizioni e sono convinto che la liberalizzione dei dati debba passare per richieste concrete e funzionali alla stessa Pubblica Amministrazione. Io, cittadino, ho il diritto di conoscere che cosa "sa" di me l'amministrazione ma nello stesso tempo che cosa "dice" di me agli altri, rendendo disponibilie i "miei" dati.

Il raduno mi ha ricordato molti degli eventi che si organizzano a Bologna e il motivo per cui non amo quella città: un insieme di persone convinte che si possa cambiare il mondo con i tweet e senza fatica. Un prontuario su cosa non fare per organizzare qualcosa di interessante e di interesse pubblico.

Gli organizzatori (credo) invitavano a tweettare e scattare foto. Io lo faccio, nella speranza che davvero le Amministrazioni si decidano a rilasciare i dati in loro possesso.. quanto meno per fare in modo che "raduni" del genere non si facciano più!

123421614-f7890e55-f871-47d3-bad7-77a6964e1190La fine dell'anno è sempre l'occasione per fare i bilanci. Con l'avvento dei social network, è oramai prassi aspettare le varie classifiche che segnano l'utilizzo dei nuovi strumenti di comunicazione. La curiosità fa diventare notizia la classifica dei video più cliccati su youtube, o gli argomenti più "caldi" di Facebook o di Twitter.

La top ten che mi ha colpito di più è quella dei posti più fotografati dagli utenti di instagram, il fotosocial di Facebook. I paesi emergenti avanzano nei soggetti, che però sembrano rappresentare più una decadenza che un'ascesa. Nelle prime due posizioni troviamo Bangkok, con il suo aeroporto e uno dei suoi centri commerciali.. Podio per il parco dei divertimenti della Disney in California, e poi a seguire Times Square di NY, l'AT&T Park di San Francisco e l'aeroporto di Los Angeles.

In un precedente articolo di questo sito, si parlava del sistema di elaborazione che permetteva di capire l'umore di una nazione a giudicare dai post di facebook. Che cosa si dovrebbe dedurre osservando i soggetti fotografati di Instagram? Non sono tanto le location a lasciarmi perplesso. Anzi, l'idea di non avere cartoline, mi sembra anche qualcosa di positivo.. Solo che quelle della top ten mi ricordano le passeggiate dei centri commerciali, unico sfogo della monotonia.

L'omologazione rende tutti uguali...e noiosi. E i social network, Facebook per primo, sembrano agevolare proprio quest'aspetto della globalizzazione: le bacheche sembrano tutte dello stesso utente, con le loro foto a tavola o le frasi di quelle da finale di film. Instagram non è diverso: gli utenti hanno l'impressione di fare dei capolavori.. originalissimi grazie ad un filtro giallo, che però è lo stesso per tutti!

Che nostalgia per le foto "naturalmente" ingiallite dei nostri genitori, anche per quelle di fronte al Colosseo, o alla torre Eiffel. Istanti che vale ancora la pena di ricordare, soprattutto adesso, per aiutarci a dimenticare quelle del nostro presente "social" (a tinte gialle).

Internet-ci-rende-stupidi_CarrA differenza di quanto si pensasse solo qualche anno fa, il nostro cervello è un organo in continuo mutamento e si adatta all'ambiente che lo circonda.
Si abitua ai piaceri e alle necessità offerti dalla realtà quotidiana, a volte sfruttandone i vantaggi e a volte subendoli. E' di questi giorni l'articolo che denuncia l'aumento della diffusione della nomofobia, la nuova sindrome dell'era digitale, che riassume in un neologismo quella strana paura che prende a molti di noi (il 70% delle donne e il 61% degli uomini) che si trovano improvvisamente senza smartphone.

Lo smartphone è diventato il custode dei nostri interessi. La memoria stessa delle nostre relazioni umane. Così si sta perdendo il gusto della "contemplazione" e in ogni luogo in cui si può stare "da soli" (non necessariamente l'unico individuo, ma intendendo per "soli" la non-necessità di relazioni umane); in quei posti c'è il maggiore utilizzo dello smartphone. Sembra che la "socialità" possa esitere solo sul mondo virtuale. In autobus, metro, treno, sale di attesa o bagni.. ovunque si sta a testa china sul dispositivo mobile, per controllare l'ultimo post o il profilo dell'amicodellamico.

Anche la nostra memoria è affidata al piccolo strumento che teniamo in tasca. Non c'è più bisogno di ricordarsi i sette re di Roma, ci pensa wikipedia. Secondo Nicolas Carr, autore di un libro di sorprendente successo dal titolo "Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello" , stiamo perdendo qualcosa.

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