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amazon_lavoro--330x185Diversi articoli, in questi giorni, focalizzano l'attenzione sulle condizioni di lavoro che offrono i "giganti" del web. Non mancano le sorprese, anche se per gli addetti ai lavori, non ci sono notizie nuove, purtroppo.

Una giornalista dell'Observer, Carole Cadwalladr, ha riportato in un articolo la sua esperienza da infiltrata in uno degli stabilimenti Amazon in UK. Lavorare in un magazzino Amazon, significa affrontare turni di lavoro di 10.5 ore alla settimana, con pochissime pause e tempi controllati da un "grande fratello" elettronico che permette la coordinazione di un sistema globale di distribuzione che raggiunge livelli eccellenti di efficienza. Dall'interno di uno stabilimento grande come 11 campi da calcio (e non è nemmeno il più grande), la giornalista ha riportato le testimonianze di chi dentro quel mondo ci lavora. Le amministrazioni locali spingono per avere bacini di lavoro così grandi nel proprio territorio. Ma è la solita miopia di chi ci governa, o forse la poca lungimiranza di molti cittadini "normali" che sono contenti di vivere vicino ad una sorgente così ricca di posti di lavoro, ma non guardano alle condizioni con cui questo lavoro si deve affrontare.

Andiamo con ordine.

Ai turni settimanali, ai limiti superiori ammessi dalla UE, corrispondono i salari ai minimi inferiori del Paese in cui si trova il magazzino. In UK va già bene. Il lavoro è pagato 6.5 sterline all'ora (che in Italia, corrisponde a 7.7 euro l'ora). Ma siamo in Gran Bretagna, dove gli stipendi medi (e quindi il costo della vita) superano la media europea. Gli impiegati del magazzino sono tanti, ognuno caratterizzato con una divisa, tanto che non mancano nemmeno fenomeni di "bullismo" interno. Chi ha un badge blu (il più alto in grado) lo fa valere. Ha una paga più alta e turni più accettabili e ha un minimo potere nei confronti dei precari mandati dalle agenzie interinali che "sperano" un giorno di essere regolarizzati, come sembra promettere, in un'atmosfera da "Furore" di John Stainbeck, l' azienda Amazon, oramai nella forma di entità evanescente. Senza contare il licenziamento per malattia. Chi sta "troppo" male non può lavorare per Amazon e viene scartato. Una selezione naturale darwiniana che calpesta in un colpo solo anni di conquiste sul lavoro, nell'assoluta indifferenza dei governi nazionali, schiacciati anche loro dal potere delle multinazioni come Amazon.

Eppure a ben guardare la questione dei posti di lavoro le cose non sono proprio così vantaggiose come sembrerebbe. Amazon fa concorrenza ai negozi tradizionali. Chi non ha mai pensato ai vantaggi di poter acquistare "con un click" un oggetto comodamente seduto in poltrona e aspettare solo poche ore prima di averlo a fianco? Nessuna preoccupazione di traffico o parcheggio per arrivare in negozio e magari rischiare di non trovare l'oggetto desiderato. L'acquisto compulsivo non ammette defezioni. Amazon ci dice se il tostapane c'è ed è proprio quello che desideriamo. In negozio, se l'oggetto manca, bisogna accontentarsi di un suo surrogato, per evitare di nuovo la perdita di tempo di dover tornare dopo averlo "ordinato". Ma nel tempo della globalizzazione 2.0 il tempo è prezioso e non ci si può permettere di perderlo.

Così i negozi sono i primi a patire la concorrenza di Amazon. Un calcolo della ILSR, rileva che il lavoro generato dai negozi "tradizionali" è quantificabile (usando gli Stati Uniti come campione) in 47 posti di lavoro ogni 10 milioni di dollari di fatturato. Amazon, per lo stesso valore di vendite, occupa 14 persone. Nel solo Regno Unito, in base al fatturato di Amazon del 2012  pari a 4.2 miliardi di sterline (5.2 miliardi di euro), sono stati registrati nel Paese 23000 posti di lavoro in meno. E' un ragionamento discutibile. Il progresso da sempre ha cambiato la struttura stessa del lavoro, ma questi dati meritano lo stesso una riflessione.
Proprio in questi giorni altre notizie di proteste da parte dei web-lavoratori ci vengono da San Francisco, sede di molti dei colossi del web, e "capitale" della sylicon valley. Evidentemente anche fosse vera l'ipotesi della crescita dei posti di lavoro data dalla nascita dei nuovi colossi, si potrebbe comunque discutere sulla qualità del lavoro offerto.

Infine un'ultima riflessione che riguarda il nostro Paese.
Da qualche giorno si discute della web tax: una tassa nata con l'obiettivo di far pagare le tasse a chi, con ragioni sociali straniere, vende prodotti in Italia tramite internet. Poi è stata trasformata e snaturata facendola diventare una tassa per i soli inserzionisti (e quindi per Google) escludendo il commercio online (e quindi Amazon).
Così come è diventata è una tassa inutile, che non serve a salvare nessuno: nè i piccoli negozi, nè l'economia del lavoro. Speriamo, senza crederci, in un ripensamento del nostro governo.

Qualche settimana fa Jeff Bezos, CEO di Amazon, nell'annunciare il futuro avveneristico servizio di consegna con droni da parte della sua Azienda, ha detto che Amazon, se non si aggiorna, è destinata a chiudere come è già successo ad altre multinazionali del passato.

...speriamo bene!